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LA SCUOLA DEL TRIO DI TRIESTE

ne parlano:

Corrado Belci - Presidente Onorario del Collegio del Mondo Unito dell'Adriatico e della Scuola del Trio di Trieste


(nella foto:Gasparo, Belci, Zanettovich, Colomban)
Due ragioni diverse, ma tra loro convergenti, hanno portato il Collegio del Mondo Unito dell'Adriatico ad istituire la Scuola Superiore di musica da camera del Trio di Trieste. La prima ragione era in qualche modo attinente alle finalità istituzionali del Collegio, il quale stava ricercando il modo più idoneo e completo per affinare l'insegnamento della musica all'interno dei programmi didattici. La seconda ragione era di cogliere l'opportunità, percepita in alcune conversazioni personali con Dario De Rosa, Renato Zanettovich e Amedeo Baldovino, di dar vita ad una Scuola di perfezionamento internazionale che finalmente assicurasse a Trieste il patrimonio culturale e didattico rappresentato dal celebre Trio di Trieste fino a quel momento accolto a Fiesole, a Siena, in Sud America e Spagna, ma non nella città d'origine.
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Fu in base alla possibile integrazione delle due motivazioni, quella di introdurre la grande musica nel Collegio e quella di riportare il Trio di Trieste nella sua città, che nel 1989 il Consiglio di Amministrazione decise l'istituzione della Scuola Superiore Internazionale di musica da camera del Trio di Trieste, con sede nelle ex-scuderie del Castello di Duino.

Da quel momento la Scuola prese il via. Il Collegio riuscì a rendere disponibili alcuni ambienti delle ex scuderie del Castello in tempo record, tramutandoli in tre stanze insonorizzate ed una segreteria.
11   (nella foto: Florit, Sutcliffe, Belci, Baldovino, De Rosa, Zanettovich, Colomban)
Ma l'invio, in giro per l'Europa, dei primi bandi di iscrizione con il nome del Trio di Trieste assicurò fin dal primo anno non solo il numero utile per formare i 24 complessi all'anno propostisi, ma anche una qualità di candidati tale da collocare automaticamente la Scuola tra le istituzioni musicali di interesse nazionale. Basti pensare che in questi dieci anni hanno frequentato la Scuola complessi formati da giovani impegnati ora come concertisti e docenti, oppure anche divenuti "prime parti" in importanti teatri; e quanti anche coloro che, provenienti dall'Austria, dalla Spagna, dalla Svizzera, dalla Polonia e pure dal Giappone e dall'Argentina, hanno riportato con sé un "pezzetto" della storia e della cura musicale del Trio di Trieste, ma anche del clima di convivenza serena respirato a Duino.

LA PAROLA A :

DE ROSA

De Rosa con un allievoNel 1989 nasceva la Scuola del Trio di Trieste, una Scuola tutta per il Trio. Nasceva a Duino, il rifugio incantato di Rilke, ma non solo: luogo di bellezza incomparabile, dove il paesaggio discreto e scontroso del Carso, con le macchie un po' malinconiche   delle   ginestre e le foglie che si incendiano l'autunno, contrasta con la vasta generosità del mare; dove le certezze sfumano nel mistero di antiche leggende, come quella della Dama Bianca, come quelle che ricordano i fasti dei principi della Torre e Tasso; dove il tempo, scandito in ritmi insolitamente lenti, pare fermarsi quando la gente, soprattutto nei giorni di festa, si chiude nelle case e un silenzio inquietante custodisce ricordi e tradizioni di quel che fu un villaggio di pescatori; dove pare che la poesia nasca dal nulla, tanto è nell'aria.

Qui dunque - a Duino - il Trio, dopo oltre mezzo secolo di attività concertistica in tutto il mondo, aveva la possibilità di mettere la propria esperienza a disposizione dei giovani desiderosi di avvicinarsi al nobile repertorio della musica da camera.

Voleva essere una Scuola di umiltà, una "bottega" dove il mestiere dei musicisti è strumento e garanzia di reciproco rispetto  e la verifica di una crescita artistica costituisce titolo di orgoglio collettivo. Così voleva essere e così è stato.

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La Scuola, fin dall'inizio si definì non già di "alto perfezionamento", bensì più semplicemente e più  realisticamente "superiore", in quanto intendeva accogliere musicisti strumentisti, diplomati e diplomandi, di livello tecnicamente avanzato e con esperienze  cameristiche, senza l'illusione che la fine degli studi presso un Conservatorio costituisse necessariamente garanzia di maturità interpretativa.

   E volle essere scuola di princìpi e non di conoscenze nozionistiche: scuola di formazione per un graduale affrancamento da pesanti dipendenze didattiche, da quei rapporti che legano troppo spesso l'allievo all'insegnante e che si traducono in infinite frequentazioni immotivate, in anni e anni di "assistenza". Una scuola, insomma, che insegni a leggere correttamente un testo in un'accezione analitica e critica, che insegni a pensare in termini di discorso musicale sviluppando una logica del fraseggio, che porti infine a verificare i risultati attraverso un'educazione all'ascolto viva e cosciente. E a tale proposito va osservato che la coesistenza - e sarebbe meglio dire la convivenza - di pianisti e strumentisti ad arco porta a risultati interessanti e suggestivi, frutto di stimoli anche inconsapevoli: il pianista sviluppa un senso del "legato", consegue notevole varietà negli "staccati", migliora la fluidità del fraseggio e la cantabilità e - affascinato dal "vibrato" - finisce col realizzare una parentela espressiva con gli altri strumenti mediante una pedalizzazione sottilmente ricercata; d'altra parte gli strumentisti ad arco hanno pure da imparare dal  pianista, non fosse altro che in tema di quella precisione ritmica suggerita da una scansione estranea alla natura dei loro mezzi e nella scelta delle "arcate" finalizzata ai fraseggi più chiaramente espressi nella partitura.

Va rilevato che i Patrons della Scuola sono stati, fin dal primo giorno, Claudio Abbado, Carlo Maria Giulini, Arturo Benedetti Michelangeli e Paul Tortelier: quattro grandi amici del Trio, quasi protettori benedicenti, garanti, per la loro alta e immacolata professionalità.

Concludo con un ricordo. Una quarantina di anni or sono, quando si sognava insieme, il mio indimenticabile amico Marcello Mascherini - proprio a Duino, dove si intendeva stabilire la residenza - diceva:"Questo sarà il nostro villaggio d'arte. Qui faremo suonare una campana (diceva proprio così) i cui rintocchi segneranno successi e affermazioni, nostre e altrui. Qui organizzeremo mostre di pittura e di scultura, e potrà nascere una Scuola di Musica, la vostra".
Nessuno sapeva sognare come Mascherini.

ZANETTOVICH

   
  14    Zanettovich durante una lezioneDieci anni costituiscono un segmento di vita notevole; invecchiando, poi, i decenni si accorciano! Fatte queste considerazioni, mi sembra molto vicino il giorno in cui mi incontrai con Corrado Belci per gettare le basi della Scuola del Trio di Trieste. Se il Trio ha una "sua" scuola, se il Trio può trasmettere a molti giovani l'esperienza accumulata in tanti anni d'attività, lo deve alla sensibilità di Corrado Belci; è però doveroso anche dire che David Sutcliffe, il rettore del Collegio del Mondo Unito, ha subito compreso l'importanza della proposta ed ha poi sempre sostenuto con entusiasmo l'iniziativa: a tutti e due va la mia gratitudine. Insegnare mi è sempre piaciuto: è un'esperienza che arricchisce. Spesso mi rendo conto con quanta maggior chiarezza vedo una partitura dopo averla maturata attraverso gli allievi. 
Molti sono stati i giovani approdati a Duino, purtroppo di alcuni di essi conservo solamente un vago ricordo; una delle mie manchevolezze è quella di non imparare i loro nomi, tanto che spesso, al momento di comunicar loro direttamente quanto desidererei venisse realizzato, sono costretto a ricorrere all'evidenza del ruolo, in base allo strumento suonato. E' una cosa che mi dispiace e me ne scuso con i tanti giovani che probabilmente avranno interpretato questo mio atteggiamento come una prova di poca confidenza. A mia discolpa posso dire che il mio entusiasmo è stato e resta sempre grande: mi sono prodigato sempre al massimo e con tutti, tentando di dare a chiunque, anche ai meno dotati, la possibilità di realizzare un'esecuzione musicale non solo corretta, ma viva e poetica.

Voglio sperare che quanto abbiamo seminato in questi anni possa continuare a dare dei frutti: alle volte anche un antico ricordo può agire positivamente e può improvvisamente, se ripensato con la giusta attenzione, aprire nuovi orizzonti. Per quanto riguarda me e i miei colleghi, restiamo a disposizione di chi voglia conoscere un mondo cameristico che si basa su un "credo" e su un'etica ben precisi. Qualcuno forse li definirà ormai "fuori tempo", comunque in qualche principio bisogna pur credere !

JONES - Intervista di Fedra Florit

La prima domanda, a te che hai vissuto negli ultimi quarant'anni a fianco del Trio di Trieste, non può che riguardare la specificità e le peculiarità della Scuola di Duino. Cos'è che la differenzia da altre, pur importanti, scuole di perfezionamento ?

Mi pare che la differenza stia nel fatto che le persone coinvolte hanno un'unica concezione musicale, con dei principi comuni; De Rosa, Zanettovich e Baldovino sono  stati accomunati dalla stessa radice e da un'esperienza di vita musicale condivisa a lungo. Nessuna altra scuola parte da una via così univoca. Un tale discorso si è riversato poi certo sulle tre classi di Duino, anche se magari singolarmente i modi d'insegnamento si possono differenziare. Ad esempio: a Zanettovich interessa puntualizzare anche alcuni elementi tecnico-violinistici (che probabilmente reputa molto importanti per il risultato finale), mentre a Bubi piaceva soprattutto parlare della partitura inserendola in un contesto musicale più ampio. D'altro canto parlare in termini musicali, realizzare un'idea dell'esecuzione cameristica secondo i principi del Trio di Trieste, ma anche una "comunicazione umana" a più ampio raggio, è ciò che avviene pure in classe di De Rosa. Dario ed io condividevamo la classe di "Musica da camera con pianoforte" anche alla Scuola di Fiesole ed ho notato come nel tempo certi rapporti umani si siano stabilizzati e continuino anche oggi. Alcuni allievi ci seguono da anni, sicuramente anche per il feeling che, mi pare, si sia creato a livello di comunicazione, e ciò non significa affatto dipendenza.

Ora accanto a te, in classe,  c'è Enrico Bronzi. E' un po' banale, e imbarazzante, chiederti quanto la situazione, in senso lato, sia cambiata, ma confido nella tua capacità di cogliere le cose nel verso giusto...

Io credo che la Musica serva molto, a tutti i livelli. In nome della Musica è stato un passaggio naturale. Poi sono certa che questa "coesistenza" assecondi anche un  desiderio di Bubi. Da lui io ho imparato molto, per quanto fossimo, in partenza, molto diversi: lui così razionale, io assolutamente istintiva. Ho imparato ad approfondire, ad apprezzare alcune cose anche del quotidiano vivere che non mi erano proprie.

Tornando a Bronzi bisogna dire che si è inserito con quel misto di modestia e di entusiasmo che mi pare perfetto, molto importante. E' un giovane con una carica di tensione, a livello interpretativo, piuttosto rara nei giovani d'oggi, abbastanza carenti di nerbo. Lui spinge gli allievi, con un "atteggiamento" strumentale ed espressivo, sulla strada giusta. Insomma, li carica, ferma restando quella finezza nel modo d'intendere la lettura della partitura che caratterizza il Trio di Parma e che Bronzi, Rabaglia e Miodini hanno appreso in modo formidabile dal Trio di Trieste.
  

AMICI DI IERI E DI OGGI

Giorgio Vidusso

I dieci anni dalla fondazione della Scuola del Trio di Trieste, presso il Collegio del Mondo Unito dell'Adriatico di Duino, inducono a riflessioni contraddittorie: se da una parte ci si deve rallegrare perché circostanze e persone giuste (in primis l'on.Belci e il rettore Sutcliffe) hanno reinserito il Trio nel panorama culturale triestino, dall'altra bisogna amaramente meditare sul fatto che una città a rischio, tra guerra e dopo guerra, di appannamento o cancellazione della propria fisionomia e delle proprie specificità ha a suo tempo senza batter ciglio accettato la diaspora di maestri (e intendo anche insegnanti) come De Rosa e Zanettovich.

Non parlo solo del loro prestigio strumentale: De Rosa, Zanettovich e (non possiamo dimenticarlo) Libero Lana erano nell'immediato dopoguerra, un nuovissimo e sicurissimo punto di riferimento artistico.Giovanissimi si erano conquistati l'ammirazione dell'Europa e l'affetto dei triestini; i viaggi cui la fama li costringeva li avevano resi più aperti, più consapevoli sia artisticamente che umanamente. Avevano incontrato non solo Benedetti Michelangeli, Giulini, Ghedini e Gavazzeni, ma si erano anche confrontati con Rosbaud, con Furtwängler: avevano insomma, malgrado le difficoltà della guerra e della pace, rinnovato, ampliandole, le tradizioni del Quartetto Heller, del Quartetto Triestino, di Angelo Kessissoglù; in più erano musicisti produttori di cultura musicale, di idee sulla e per la musica. Che Trieste sia, e soprattutto sia stata, molto fiorente e ricettiva in questo campo, mi pare innegabile, ma molti musicisti triestini - ad eccezione di Franco Gulli, viaggiatore per ottimismo e per allegria, oltre che per necessità - hanno preferito, dopo il '45, alle fatiche delle tournée e all'applauso del pubblico internazionale, il più comodo consenso dei propri concittadini, ascoltatori o allievi che fossero, il che ha comportato il pericolo, spesso ma non sempre evitato, di una progressiva acquiescenza alla routine.

Come dicevamo non era proprio il caso del Trio. C'è chi suonerebbe semplicemente perché ha talento (Arrigo Serato, magnifico violoncellista bolognese insegnava e trasmetteva la propria musicalità principalmente con l'esempio, lo stesso avveniva - ne son testimone in quanto allievo - col fascino di Angelo Kessissoglù); c'è chi crede di suonar bene perché ha il dono (e il tormento) dell'analisi ma quando si tratta di passare all'esecuzione, e cioè all'assemblaggio dei pezzi accuratamente smontati non ne azzecca una che sia una (e Dio sa quanti sono, in questo secolo di analisti rigidi come alberi disseccati); ma ci sono, e son pochissimi, quelli che suonano bene perché usano contemporaneamente e inestricabilmente istinto e ragione, cultura e sensibilità, filologia ed estro. Questi pochissimi suonano benissimo e insegnano altrettanto bene: io ho assistito a parecchie lezioni del Trio, in particolare di De Rosa e ricordo smontaggi così accaniti da sfiorare la maniacalità e rimontaggi talmente accurati da rendere invisibili le giunture (era divertente seguire tutti e tre e confrontare i rispettivi stili: gentilissimo e vagamente ironico De Rosa, di professionale chiarezza e sicurezza Zanettovich, Baldovino un po' incline a giocare con l'emotività dell'allievo, per stimolarlo al massimo).

La musica eseguita o insegnata dal Trio ha e ha avuto la forza e l'assolutezza della creazione artistica, ma per uno strano (o forse ovvio?) gioco di rimandi questa loro arte mi sembra interrogare e interrogarsi come se al fondo essa si fosse posta principalmente la soluzione di un problema morale. Se ciò è vero, il Trio si è inserito, coscientemente o meno, nel solco della grande tradizione letteraria triestina: De Rosa e Zanettovich, fatte salve le variabili generazionali, mi sembrano della razza degli Slataper e degli Stuparich, insomma dei triestini "vociani" (è un caso che ambedue lavorino anche a Firenze?), tornati a Trieste purtroppo solo nella tarda maturità. Poiché però i musicisti triestini talvolta sono longevi.

Piero Farulli

La fortuna di aver avuto nella cattedra di musica da camera della Scuola di Musica di Fiesole, fin dalla fondazione, la presenza del Trio di Trieste ci ha portato ad altezze didattiche delle quali siamo ancora orgogliosi. Di queste magistrali lezioni hanno goduto formazioni cameristiche che poi sono assurte a livelli internazionali: il risultato più sensazionale si è avuto con il Trio di Parma, che dopo la vittoria al Concorso internazionale "V.Gui" di Firenze è balzato alle vette del concertismo mondiale.

Ascoltare le lezioni degli amici del Trio di Trieste è stato per chiunque - compreso il sottoscritto - uno straordinario arricchimento: era come assistere ad un autentico miracolo, l'essenza della musica trasferita ai giovani come una missione insieme artistica e umana. Si venivano così a scoprire i segreti di quello straordinario modo di penetrare nelle pagine dei capolavori: un modo fatto di tecnica altissima e insieme di ineguagliabile intelligenza musicale. Trasferire agli allievi la lezione interpretativa del Trio significava farli partecipi della storia dell'interpretazione, un'interpretazione arrivata alle vette dell'eccellenza assoluta.

Nel lavoro qui, alla Scuola di Musica di Fiesole, il Trio ha operato sempre coerentemente con il proprio modo d'intendere la musica, offrendo e pretendendo il massimo, anche dai ragazzi, spesso culturalmente disarmati, dei Corsi di Qualificazione per Orchestra. Corsi questi che si sono posti come una via nuova della nostra Scuola per dare ai giovani musicisti di tutt'Italia la grande lezione della musica da camera, quale viatico straordinario per il far musica insieme.

Una vera e propria strada maestra per le giovani generazioni, quindi. Purtroppo per noi, Trieste - nella bella "collocazione" duinese - ha richiamato a sé il Trio, offrendo a De Rosa, Zanettovich e Baldovino l'opportunità di fondare una Scuola all'interno del Collegio del Mondo Unito; così noi abbiamo perso, con profondissimo dispiacere, gli amici fraterni del Trio.

Mi sia permesso anche ricordare la stupenda esperienza fatta con gli amici Dario, Renato e Bubi che, dopo la scissione del Quartetto Italiano, hanno voluto mi unissi a loro nelle pagine del grande repertorio dei quartetti con pianoforte. Quanta gratitudine devo loro per le indimenticabili emozioni con Brahms e Schumann!

Claudio Abbado


Con il Trio di Trieste ho da sempre un rapporto di affetto, legato a molti ricordi che risalgono ai tempi dell'infanzia, quando subito dopo la guerra andavo ad ascoltare i loro concerti alla Società del Quartetto allora provvisoriamente ospitata nella sala dell'Università Cattolica, e poi all'epoca dei miei studi a Vienna, nel 1956-58.(...) Il Trio di Trieste - allora giovanissimo - era già famoso e già presentava quella coerenza morale e perfezione interpretativa che lo hanno contrassegnato lungo tutto l'arco della sua attività fino ai nostri giorni.

(gennaio 1982)

Gianandrea Gavazzeni

(...) I primi incontri con loro, nelle mie perdute stagioni triestine. Il "timbro" di Trieste, che ti circuitava con suggestioni quasi fisiche (...), quando appunto il "timbro" triestino mi si svelava in un'acustica non somigliante ad altre... Mentre crescevano le fortune del Trio mi si arricchivano gli incontri nella Città. (...) nei tre "ragazzi" l'etnia culturale ebbe determinazione primaria. E l'aggancio è continuato, nella fermezza e nella durata. (...) Basti dire che l'analisi sui testi della letteratura specifica e la maturità furono tanto alte e compiute, sin dai primi anni, da rendere l'atto esecutivo un atto di vita. Interpretazione come vita, come vita nello spirito e realtà sonora coordinata, organizzata. (...)

(ottobre 1992)

Uto Ughi

Nell'ottobre scorso, il mattino successivo ad un impegno concertistico a Trieste, mi sono trovato alla Scuola del Trio a Duino, in un giorno luminoso, bellissimo.

Con Zanettovich e De Rosa è stato un ritrovarsi tra "vecchi" amici, in mezzo ad alcuni di quei giovani musicisti d'oggi ai quali vanno attualmente anche le mie attenzioni (per selezionare un gruppo di validi allievi dei Conservatori italiani in grado da formare un'orchestra).

Tra una Sonata di Franck e una di Shostakovich, mi sono impegnato a tornare in quel clima caloroso e ricettivo, anche per ritrovare Renato e Dario, che da ragazzino guardavo con occhi ammirati ed ai quali ora mi legano episodi d'amicizia e "incredibili" incontri in punti diversi del mondo.
     




 



 

 

 

 



 



 

 





 

 



 

 


 
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